TESTO CRITICO DEL PROF. ELVIO NATALI apparso sulla rivista “Eco d’Arte Moderna”

Giu 2003


Informale apparente quello di Margari: immagini sospese, direbbe il Tomassoni, “tra la concretezza dell'immagine astratta e l'astrazione delle immagini concrete”. Senza contraddizione di termini.

Poesia astratto - concreta, quindi,sulla definizione che del Gruppo degli Otto ha dato Lionello Venturi, quando intese superare l'opposizione tra realismo e astrazione in una nuova figurazione, aprendo così la strada ad un'operazione estetica di ampio raggio ideativo.

In fondo il valore artistico, come scrive il Pareyson nella sua teoria della Formatività, consiste nella struttura della forma interna. Una concezione che, evadendo dal realismo figurale e dall'intenzione astratta, propugna il prinicipio della Forma come complesso ineccepibile dì particolari l'uno all'altro connessi in un circuito senza soluzione di continuità: in un rapporto armonico delle parti tra loro e delle parti con il tutto.

Con un esito gestaltico che è ritmo, perfezione assoluta, forma, stile, una simmetria dinamica nella quale appunto risiede il concetto di ritmo, senza il quale in ogni caso non esiste il "bello estetico.


Ora in Margari la cifra ritmica, l'accento personale, cioè la Forma sono dati dalla rispondenza dei segni e delle cromìe in effetti luministici, fasci di complementari, conflitti luci - ombre su un supporto più o meno anodino atto ad esaltare lo slancio o il guizzo flammeo che vampeggia e sfuma nello spazio dei fondi vibrando ondeggiante.

Tutto l'impianto è peraltro traduzione diretta dell'intimo in forme simboliche: risponde, in un'ampia esemplificazione, alle interne vicende dell'autore.


Un quadro è sempre una' autoritratto ideale dell'artefice, di cui riflette disposizioni, gaudi e inquietudini. Parola fedele nata da pulsioni dell'inconscio emergenti alla coscienza nella letizia della forma e del colore.

Cromie e segni sono la "parole" di cui ci scrive il De Saussure: cioè il linguaggio personale espresso nell'azione, e nello splendore delle forme

visibili.

Traduzione fedele della natura di Margari: pensiero - colore della sua personalità senza tramiti oggettuali.

Margari rappresenta se stesso anche tematicamente: egli stesso soggetto e oggetto del suo agire poetico, nei suoi ardori e tumulti, nella sua quiete e nelle sue ansie in una contemplazione e meditazione di sé in segni e cromìe che sono di lui stesso figura, senza incertezze o pentimenti che infirmino la purezza e la limpidezza dell’idea.

Sicché questa, libera da regole che non siano quelle del ritmo figurale, esce intatta nella grazia della creazione a profilare il ritratto ideale di cui abbiamo parlato.


ELVIO NATALI, GIUGNO 2003


TESTO DEL PROF. FRANCESCO SGANGA IN OCCASIONE DELLA MOSTRA A VENEZIA GIU 2001


La forza dell’uomo, il suo dolore, i suoi conflitti perenni con la natura e con sé stesso, la ricerca di un sentiero di verità, sono i temi principali del lavoro di Franco Margari.

Egli non cerca di fare pittura di facile gusto estetico ma la sua ossessione è quella di rappresentare la condizione profonda dell’esistenza e della coscienza , l’espressione totale della vita.

Nei suoi quadri più che astrazione c’è una non-figurazione, o figurazione dell’invisibile come condizione esistenziale dell’uomo, delle sue domande senza risposta. La figura umana non compare mai, ma se ne avverte la presenza, a fianco di una finestra di luce definita dal bianco abbagliante vediamo la massa incombente di colore e materia come protagonista senza volto, come attesa di speranza, di riflessione.

Opere che mostrano senza narrare, accennando appena, che rinviano ad atmosfere del profondo che, essendo cosa invisibile, lo riproducono rivelandolo.

In ciascuna di esse si avverte una costruzione di una prospettiva immaginaria che parte dal centro verso l’esterno calibrando materia e colore, una prospettiva dove la spazialità definita sulla tela corrisponde allo spazio dell’essere psichico - percettivo ed è attraverso questo spazio, tagliato e violentato da bagliori di luce, che parte il gesto artistico come compimento dell’atto pittorico condensandosi in una “forma” e in un “significato”.

L’artista propone a chi guarda un viaggio intorno a sé stesso alla ricerca di immagini nascoste o volutamente sepolte nel sue paesaggio interiore,

vuole raccontare, con le sue tele, un suo diario di ricorrenti tensioni, di compresse emotività, fragilità e assurti esistenziali.

Un viaggio nel profondo di quella inquietudine umana, continua precarietà dell’essere e del vivere contemporaneo.


Francesco Sganga



TESTO DEL PROF.TROTTA IN OCCASIONE DEL CATALOGO:

ILLUMINAZIONI ESISTENZIALISTE”

2007


Le illuminazioni di Franco Margari



Nell'ultimo decennio del Ventesimo secolo si è affermato, a livello regionale e non solo, il pittore fiorentino Franco Margari, che, negli ultimi cinque anni, ha veduto crescere sorprendentemente le sue qualificate presenze, con personali e collettive, a numerose gallerie e centri espositivi, nonché a fiere e concorsi. Tutto ciò non è una fortuita coincidenza, ma corrisponde ad una sua fondamentale e progressiva trasformazione artistica che lo ha condotto sempre più verso l'astrazione.

Le sue tele, ricche di una fantasmagorica gamma di colori (che vanno dai più freddi blu, celeste, turchese e verde smeraldo, all'incandescenza dei rossi, dei gialli e dei fucsia), non approdano all'informale, ma mantengono un solido substrato 'grafico', proveniente dalla sua consolidata preparazione nel campo del disegno e della figura, qualità indispensabile anche per gli artisti che, con la loro opera, si distanziano dalle forme riconoscibili e prospetticamente costruite. Le sue forme astratte, disegnate con la plastica materica, increspata e tormentata del colore (talvolta dalle lontane eco tardogotiche della pittura tedesca di Matthias Grünewald o dei 'segni' moderni di Georges Rouault) dato con decisione attraverso ampie e veloci pennellate, disegnano linee spezzate ed elementi primari, spesso diedri elementari di cristalli, scomposti e frantumati in una sorta d'esplosioni vitali. Ma è la luce, una luce bianca e pura come quella sognata dall'Umanesimo, che interviene plasmando e modificando la materia inerte. Ecco, allora, 'divine' lame o croci di luce che piovono dall'alto, cosmogoniche matrici all'alba del mondo, che incendiano di vita quei diedri rutilanti, ora, dei colori primari dell'iride, in una scomposizione della luce-madre che s'irradia in quella materia stessa, rendendola 'intelligente' e nel contempo quasi dissolvendola o liberandola del suo 'peso'.

In questi Cristalli di vita , in queste Apparizioni del Primo pensiero, attraverso quasi la Genesi del Mondo, si esprime un'arte concettuale tesa a scavare nella psiche umana e nei suoi più reconditi meandri, volta a scandagliare i risvolti esistenziali dell'uomo moderno, intuendone finalità e limiti, senza drammi, ma attraverso ispirazioni poetiche e quasi 'profetiche'.

I primi piani della materia, che si forma, si disgrega e si ricompone nell'eterno gioco della vita sotto il soffio vitale dell'autocoscienza e dell'intelletto, si dilatano in uno scenario astratto, sì, ma che nel buio della notte o nella radiosa luminosità del giorno, fanno intuire cieli e intravedere orizzonti, distese oblique di incontaminati mari (fonti della vita) o innevate, rocciose e distorte montagne, faticosamente scalate dall'uomo nella sua costante aspirazione all'ascesa.

Se in queste forme materiche, sfrangiate e 'fiammate' che imprimono alla staticità della massa quasi un vertiginoso dinamismo nel cosmo interiore, non compare mai la figura umana, pur tuttavia è proprio l'uomo a essere il perno di queste illuminanti visioni, rivelandosi in tutta la sua fragile realtà e disvelando utopiche 'isole' nascoste.

Una pittura fatta di energie, di scontri e di equilibri universali, dove nel macrocosmo si rispecchia il microcosmo umano; l'eterna domanda senza tempo, di antica e classica matrice, è resa attraverso un uso della forma-non forma e del colore, uso nel quale l'Artista ha sapientemente assimilato i più importanti novecentismi (ad iniziare dal Cubismo), aprendosi con decisione alla strada indicata dall'astrazione postbellica italiana degli Anni Cinquanta e Sessanta, da Afro a Mattioli, ma anche tenendo presente i decisi cromatismi della Pop Art e le tematiche psicologiche della Transavanguardia, approdando, così, alle spiagge inesplorate del Ventunesimo secolo.

Giampaolo Trotta